GIOVANI COMUNISTI: SOLIDARIETA’ AL ROTOTOM SUNSPLASH COLPITO DALLA CENSURA PROIBIZIONISTA E A TUTTO IL SUO POPOLO COLORATO

Le Giovani Comuniste e Comunisti esprimono la loro solidarietà e vicinanza agli organizzatori e a tutto il popolo colorato del Rototom Sunsplash colpito dall’ennesimo atto di censura e di limitazione della Libertà di espressione.
Il presidente dell’associazione culturale organizzatrice del festival è stato indagato per “aver agevolato l’uso di cannabis” (per il solo fatto che “le suggestioni culturali del reggae” portano il suo pubblico a fumare), pertanto gli organizzatori sono stati costretti a spostare in altra sede il Festival che, da ormai 11 anni, risiedeva ad Osoppo, in provincia di Udine.
Le motivazioni addotte, aggiunte alla continua e perenne criminalizzazione operata dalla giunta friulana di centro-destra, creano un pericoloso precedente. Si chiama in causa l’articolo 79 della legge “Fini-Giovanardi” per indagare il Sunsplash (una legge, tra l’altro, che ha creato quell’humus di criminalizzazione e repressione che ha ucciso Stefano Cucchi e riempito le carceri di tossicodipendenti): il reggae, la sua cultura ed i suoi luoghi di diffusione ed espressione incoraggerebbero l’uso di sostanze
stupefacenti. Quindi non solo l’Italia ed il Friuli perdono un’importante festival internazionale di musica e cultura, animato da migliaia di giovani e con una straordinaria partecipazione della comunità migrante, ma in questo modo si fa avanti un modello di “controllo” delle culture, di vera e propria
repressione di ciò che viene considerato “fuori dalla norma”. Per questo motivo appoggiamo e sosteniamo la manifestazione di venerdì a Udine in difesa di tutti gli spazi sociali di cultura critica ed
alternativa, in difesa della Libertà di espressione e per un rilancio serio della lotta contro il proibizionismo e la censura.
Ci auguriamo, infine, che il Sunsplash torni presto in Italia e in Friuli. Non processate Bob Marley!

UN NUOVO INIZIO: La Federazione della Sinistra Alternativa a Milano

PER UN NUOVO INIZIO
Costruiamo insieme a Milano
la Federazione della Sinistra.

Dopo l’assemblea nazionale del 18 luglio a Roma, che ha lanciato la proposta della Federazione della Sinistra Alternativa, ed in vista della prossima assemblea nazionale di novembre, che darà il via al processo costituente, convochiamo a Milano un’assemblea della Federazione, martedì 10 novembre, alle ore 20.45, presso la Sala “Di Vittorio” – CAMERA DEL LAVORO – C.so di Porta Romana, 43 Milano.

La crisi mostra una volta di più il volto distruttivo e disumano del capitalismo e delle politiche liberiste. Abbiamo la responsabilità di costruire un’ efficace opposizione sociale, politica e culturale, in grado di proporre una uscita da sinistra dalla crisi, una strada contrapposta alle ricette della destra e al liberismo temperato del centrosinistra.
Vogliamo costruire un punto di riferimento politico della sinistra di alternativa, che coinvolga ampi settori di popolo e offra prospettive credibili per tutte/i coloro che stanno subendo e pagando la crisi con l’obiettivo di aggregare tutte le forze politiche, sociali, culturali e morali che come noi sentono la drammaticità dei tempi e l’urgenza di una risposta adeguata.
Gli elementi fondanti di questo processo di aggregazione sono principalmente sei:
• una rinnovata critica al capitalismo globalizzato. Occorre rimettere al centro la lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici che in questi decenni ha assunto caratteristiche barbariche e disumane: dalla disoccupazione strutturale nel mezzogiorno, alla precarizzazione del lavoro, alla sistematica compressione salariale, il lavoro è tornato ad essere pura merce, variabile dipendente di un sistema che ha glorificato il profitto. La lotta per la liberazione del lavoro si deve connettere alla lotta contro la distruzione dell’ambiente, contro l’uso mercificato dei beni pubblici naturali (acqua, aria, ecc) e sociali (città e territori) riflettendo criticamente sui limiti manifestati in questi campi anche in talune esperienze amministrative della sinistra. La lotta contro il sessismo deve essere elemento di riconoscibilità politica e programmatica per sconfiggere tutte le forme di patriarcato in tutte le sue manifestazioni: dal dominio materiale e simbolico degli uomini sulle donne, all’imposizione di una sola forma di sessualità, quella etero sessuale riproduttiva che discrimina gay, lesbiche, trans, e ogni forma di relazione affettiva non “prevista”. Va contrastata ogni discriminazione e in particolare il razzismo in tutte le sue forme per sostenere la piena autoderminazione degli uomini e delle donne. Questa critica radicale agli assetti capitalistici implica una difesa e un rafforzamento degli spazi e degli strumenti in cui crescono i saperi e il senso critico: scuola, istruzione, conoscenza, ricerca che devono essere tenuti al riparo dalla privatizzazione e dalla mercificazione.
• la difesa della Costituzione nata dalla Resistenza Antifascista che rappresenta ancora oggi un solido baluardo alle derive populiste e alle smanie di asservimento della magistratura al potere politico. Lo smantellamento della divisione dei poteri, l’asservimento e intimidazione alla libera stampa, la semplificazione parlamentare, il rafforzamento dell’esecutivo a scapito delle istituzioni di garanzia, sono i capisaldi del progetto berlusconiano. A questo progetto bisogna opporsi con coraggio, costruendo un ampio fronte democratico che impedisca la deriva plebiscitaria insita nella proposta della destra. È in gioco il destino della democrazia italiana delle future generazioni.
• una forte opposizione al sistema bipolare che rappresenta la forma istituzionale con cui il pensiero unico ha cercato di sancire l’espulsione dalla politica dei conflitti e quindi del tema dell’alternativa e della trasformazione. È per noi dirimente battere il bipolarismo, riconsegnando ai cittadini con una legge elettorale proporzionale il diritto democratico di rappresentanza politica nelle istituzioni elettive, impoverite, sempre più semplificate e rese oggi impotenti e sorde alla società.
• il polo della sinistra di alternativa non può essere costruito solo tra le forze politiche oggi esistenti ma deve essere sottratto a logiche precostituite per coinvolgere a pieno titolo tutte le esperienze di sinistra che si muovono al di fuori dei partiti. In questi anni larga parte di chi si è battuto a sinistra lo ha fatto al di fuori dei partiti e la possibilità di costruire una sinistra di alternativa degna di questo nome è possibile solo dentro una rinnovata critica della politica che veda una interlocuzione paritaria tra tutti i soggetti coinvolti.
• la sinistra italiana, che ha le sue radici nel movimento operaio, socialista, comunista, ma anche in quello antifascista, pacifista, femminista, ambientalista, LGBTQ, per i diritti civili, altermondialista, costruisce il suo futuro nella rifondazione delle teorie, delle pratiche, delle forme organizzative e nella coerenza fra proposte di obiettivi alternativi e loro concreto perseguimento.
• la Federazione della Sinistra deve farsi interprete della necessità di una nuova stagione della politica, che riscopra la radicalità dell’etica pubblica e il valore della legalità, in una società più giusta e sobria. La lotta a tutte le organizzazioni criminali di stampo mafioso costituisce una priorità politica. L’intreccio tra affari, criminalità e politica sono una peculiarità del sistema di potere storicamente determinatosi nel nostro paese. Così, territori (e non solo nel sud!) e interi settori economici sono ormai controllati dai poteri illegali, la cui infiltrazione è favorita in tempi di crisi dalle ingenti quantità di risorse finanziarie di cui dispongono. In questo modo viene inquinato ed alterato il funzionamento delle istituzioni ad ogni livello ed impedita la stessa partecipazione di centinaia di migliaia di cittadini alla vita politica e sociale sul territorio. Occorre dunque ripristinare il rispetto della legalità reale, controbattere ogni forma di limitazione all’esercizio dei poteri di controllo delle diverse magistrature, difendere la libertà reale di accesso all’informazione, coniugando queste battaglie con le lotte sociali e la difesa della Costituzione Repubblicana.

Sono 20 anni che Milano viene governata dal centro destra, anzi è stata un laboratorio del suo insediamento sociale e culturale, della costruzione di un blocco sociale, di un modello inedito di centro-destra, che a partire dalla centralità della famiglia, della sussidiarietà orizzontale, dell’alleanza con la destra del movimento cooperativo, dall’accordo con settori significativi di finanza e capitale ha ridisegnato in Lombardia i confini fra pubblico e privato a partire dal settore sociosanitario per procedere con la scuola e il sistema universitario. I risultati sono devastanti: la situazione dell’area metropolitana di Milano diviene ogni giorno più preoccupante, aggredita dalla sottovalutata infiltrazione della grande criminalità organizzata,dallo scandalo dell’evasione fiscale e dalla politica (nazionale, regionale, provinciale e comunale) che ignora le necessità dei lavoratori strangolati dalla crisi, anzi distrugge la pienezza dei loro diritti. Infatti il centro-destra attacca i “beni pubblici e comuni”, istruzione e ricerca, salute e sanità pubblica, acqua, suolo e beni ambientali e culturali, limita le libertà individuali e di espressione, non valorizza le diversità alimentando paure e sentimenti razzisti ed emarginanti, stravolge nei fatti i principi fondamentali della Costituzione, favorisce il riemergere di fenomeni neofascisti, aggrava ulteriormente le condizioni di vita dei lavoratori, dei disoccupati e delle fasce più deboli della popolazione, accentuando il divario tra i redditi alti e bassi, riducendo i servizi destinati alla persona e alle tante fragilità. In vista dei faraonici e poco credibili progetti legati all’Expo 2015, ma anche in relazione alle politiche urbanistiche del Comune di Milano, gravi sono i rischi di speculazioni, ulteriore cementificazione e infiltrazioni mafiose.
Vogliamo togliere Milano dalle mani del centro-destra. Vogliamo costruire un’altra Milano e farne una città metropolitana del lavoro, della ricerca e della cultura, dell’ambiente, dell’accoglienza, della valorizzazione dei beni pubblici e comuni, vogliamo farne una grande metropoli europea inclusiva e partecipativa; vogliamo rompere lo schema voluto dai grandi poteri economici di uno sviluppo speculativo basato sulla compressione dei diritti e sulla depredazione del territorio.

A Milano il processo costituente della Federazione della Sinistra va confrontato anche con la positiva esperienza della coalizione alternativa che si è presentata alle ultime elezioni amministrative provinciali del 2009. Un progetto aperto, condiviso e plurale, che ha saputo raccogliere consensi, sostegno e partecipazione. Vogliamo che la Federazione della Sinistra a Milano sviluppi e rilanci le ragioni, le pratiche e i programmi di quell’esperienza unitaria. Vogliamo una Federazione accogliente in cui possano riconoscersi tutte le differenti esperienze, dei singoli, delle associazioni, dei movimenti e dei comitati, nel rispetto e nella valorizzazione di ciascuna specificità, storia e cultura politica. Riteniamo indispensabile a partire dall’esperienza milanese, introdurre profonde innovazioni nel modo di fare politica, per ripensare i rapporti tra incarichi politici e incarichi istituzionali, per ricostruire una nuova etica pubblica, per consentire l’effettiva partecipazione di tutti gli aderenti alle decisioni e per ridare centralità alla pratica sociale.
Promuoviamo questo appello e vi invitiamo a sottoscriverlo, consapevoli che la crisi economica, sociale, morale e politica in Italia e nella nostra città ci impone di fare presto e di avere, finalmente, la capacità di fare unità a sinistra a Milano per superare la frammentazione delle tante iniziative puntiformi, per avviare la costruzione di una presenza politica significativa, unendo forze politiche comuniste e della sinistra alternativa, grandi e piccole associazioni, liste civiche, comitati, rappresentanze del mondo del lavoro.

Agnoletto Vittorio, Benuzzi Nerina, Bergamaschi Giuseppe, Boatti Giuseppe, Bonalumi Edgardo, Brenna Sergio, Paolo Cagna Ninchi, Cambiaghi Arnaldo, Costa Luca, Di Stefano Andrea, Donati Marco, Faranda Tecla, Ferrari Saverio, Francescaglia Francesco, Gatti Massimo, Giudici Roberto, Lareno Antonio, Mastrodonato Rolando, Mazzali Mirko, Morabito Franco, Natale Emilia, Natale Giuseppe, Nigretti Saverio, Oldrini Guido, Patta Antonello, Pagaria Angelo, Dijana Pavlovic, Perego Elio, Pesce Onorina, Pestalozza Luigi, Prati Mario, Riolo Giorgio, Rizzo Basilio, Serafini Sergio, Sonego Anita, Traversa Libero, Vegetti Mario

Info e adesioni: federazione.sinistra.mi@gmail.com

pantera

Venerdì 6 novembre 2009: Milano 1969 – 2009 A QUARANT’ANNI DALL’AUTUNNO CALDO

Milano 1969 – 2009
A QUARANT’ANNI DALL’AUTUNNO CALDO LA CITTÀ DI MILANO DALLE LOTTE DEI LAVORATORI E DEGLI STUDENTI ALLA STRATEGIA DELLA TENSIONE

Dibattito pubblico
Venerdì 6 novembre 2009 – ore 17.00 – 20.00

Palazzo Marino – Sala Alessi – Piazza della Scala, 2

PROGRAMMA

Introduzione e saluto di

Basilio Rizzo, Vladimiro Merlin

La partecipazione e il ruolo delle donne

Lidia Menapace

Le lotte operaie in fabbrica

Franco Calamida, Emilio Molinari

La contestazione studentesca

Mario Capanna

Analisi storica

Giorgio Galli – Politologo, docente di Storia delle Dottrine Politiche

Piazza Fontana e strategia della tensione

Federico Sinicato – Legale di parte civile dei familiari delle vittime

Saverio Ferrari – Osservatorio democratico sulle nuove destre Giorgio Galli – Politologo, docente di Storia delle Dottrine Politiche

2009: sarà ancora autunno caldo? Quali prospettive per il mondo del lavoro?

Giorgio Cremaschi – Segreteria Nazionale FIOM

A cura dei Gruppi Consiliari Uniti con Dario Fo – Rifondazione Comunista
Segreteria organizzativa tel. 02884.50280 – 02884.50336 – fax 02884.50579

locandina

EVVIVA DANTE CHE AVEVA RAGIONE

 

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il manifesto, 27 ottobre
Dante dice la verità. Le Ferrovie dello stato no, almeno questa volta. Tema della controversia: quei treni superveloci – gli eurostar (Etr) – che si spezzano ogni tanto in manovra (e in un caso, di sicuro, anche in marcia). Luogo della sentenza: il tribunale del lavoro di Roma, che ieri mattina ha riconosciuto le ragioni del macchinista e ordinato il suo reintegro sul posto di lavoro.
Già, perché Dante De Angelis era stato licenziato a metà agosto dello scorso anno. La sua colpa: aver parlato con la stampa, in qualità di coordinatore nazionale dei delegati rls («responsabili della sicurezza», eletti dai lavoratori). Gli chiedevano del perché quei treni si rompessero con tanta facilità; e lui aveva evocato «problemi riguardanti gli Etr e relativi a manutenzione, controlli sulla manutenzione e usura». Non aveva nemmeno detto che queste fossero «le cause» di quegli incidenti; ma semplicemente che diversi «problemi» erano stati riscontrati proprio su quelle macchine. Se si rompe un gancio d’acciaio che deve tenere uniti due gruppi di vagoni, del resto, ci deve essere qualcosa che non va nei materiali, o nel modo di verificarne la tenuta. Scegliete voi la parola che descrive meglio le possibili «cause».

* * *
Ieri mattina viale Giulio Cesare ha ospitato alcune centinaia di ferrovieri venuti da tutta Italia per sostenere il proprio collega e rappresentante. Sapevano che l’eventuale conferma del licenziamento avrebbe comportato per tutti loro «l’obbligo di silenzio ed obbedienza» all’azienda. Un pullman era stato organizzato da Viareggio, teatro il 29 giugno della più grave sciagura ferroviaria degli ultimi decenni. E si era anche rotto per strada, costringendo tutti a scendere e spingere per rimetterlo in moto. Ma sono arrivati lo stesso.
Due blindati di polizia davanti al portone. Ma tranquilli. Al primo piano, le stanzette dei giudici del lavoro. In genere sufficienti ad ospitare il magistrato, un cancelliere, gli avvocati delle due parti. Ma Fs si è presentata con una pattuglia di legali («quasi un’ammissione di essere nel torto»), mentre per il macchinista c’erano «soltanto» il principe dei giuslavoristi – Piergiovanni Alleva – e l’altrettanto bravo Pierluigi Panici. Due che condividono le tue ragioni, prima ancora di sfoderare la competenza specialistica. Poi ci sono un’altra trentina di ferrovieri che ascoltano in religioso silenzio, con «ambasciatori» che ogni tanto partono per andare a riferire a quelli in strada.
Attendono fiduciosi. È la seconda volta che Dante viene licenziato. E dànno per scontato che ce ne sarà una terza. La prima, nel 2006, perché si era rifiutato di guidare un eurostar dotato di meccanismo Vacma, il famigerato «pedale a uomo morto» introdotto una prima volta al tempo del fascismo come «misura di sicurezza» che doveva permettere di far viaggiare i treni con un solo macchinista anziché due. Meccanismo che era stato dichiarato non solo «inutile», ma addirittura «dannoso» da un’analisi condotta dall’Asl emiliana. Il dover spingere su un pedale ogni 55 secondi, infatti, distrae il macchinista dalla guida. Al massimo può registrare se è svenuto («uomo morto»). Anche in quel caso sarebbe finita con il reintegro, se l’azienda non avesse capito per tempo di aver commesso un grave errore, finendo per offrire una «transazione giudiziaria» che riammetteva comunque Dante al suo posto. Curiosamente, nella memoria allegata a questa nuova causa, quella decisione autonoma viene addebitata a imprecisate «fortissime pressioni esterne».
Allora c’era un governo di centrosinistra, sembrano ammiccare gli avvocati di Mauro Moretti, attuale amministratore delegato del gruppo Fs ed ex segretario nazionale della Filt-Cgil (passaggio ora abolito dal curriculum ufficiale sul sito Fs). Adesso… Adesso è rimasta la legge e un folto gruppo di sindacalisti che – pur avendo in tasca la tessera di sindacati differenti – si batte come un sol uomo per evitare che lo sfascio programmato delle ferrovie pubbliche; «autorganizzati» persino contro la propria volontà, visto che tutti i sindacati – meno l’Orsa e il più piccolo SdL – hanno pervicacemente rifiutato di fare qualsiasi cosa perché Dante venisse reintegrato «con la lotta, prima ancora che con la legge».

* * *
Un groviglio non complicato di ragioni che evidenziano come il licenziamento di Dante fosse un gesto principalmente politico: licenziane uno per render mansueti gli altri 81.000 (erano 220.000, qualche anno fa). Lo proverebbe l’arrivo dello stesso Mauro Moretti – secondo alcune testimonianze raccolte poco dopo – venuto di persona a recuperare Domenico Braccialarghe, direttore delle «risorse umane» e sconfitto capodelegazione Fs in questa causa di lavoro. I ferrovieri lo riconoscono da lontano, qualcuno ipotizza «sarà venuto a vedere il colore dei calzini del giudice».
«Abbiamo vinto!», gridano già nel corridoio al primo piano i primi che hanno sentito recitare la sentenza, stesa in una mezz’ora dal giudice Conte. Per le motivazioni ci sarà da attendere, come sempre, ma «il dispositivo» è chiarissimo: Dante torna al lavoro. In strada si grida, si applaude, si attende che «il compagno e il collega» lasci il tribunale. Ezio Gallori, anima dei macchinisti fin dagli anni ‘50-’60, non ha smesso per tutta la mattinata di parlare nel megafono, ricordando ora le sciagure ferroviarie in cui sono morti tanti macchinisti, normali ferrovieri, passeggeri; ora gli episodi salienti di un conflitto aziendale e politico che risale alla nascita stessa della strada ferrata. E che fa capire perché questa categoria sia stata fondamentale – e se ne ricorda – nella nascita del movimento operaio. Perché non solo «lavorava», ma insieme alla sua gente faceva «viaggiare anche le notizie» nei posti più sperduti della penisola.
Volano gli applausi per gli avvocati, naturalmente, che immaginano già il contenuto di merito della sentenza: «sarà bellissima, perché parlerà della libertà di espressione». E del rispetto delle responsabilità – se si è stati eletti per ricoprire un ruolo. Si piange e si ride come in qualsiasi festa popolare, senza ritegno e senza vergogna. È il volto pulito di una gens che quasi sembra estranea a questa Italia incarognita, tra escort e viados, nella frotta di «elementi presi dalla società civile» e precipitati sulle poltrone del potere; ovvero senza alcuna esperienza e perciò autorizzati a «farsi gli affari propri» sotto controllo altrui. Anche i carabinieri, dopo un po’, sorridono. Forse hanno capito e solidarizzano. Forse si è allentata anche per loro quel minimo di tensione legata all’incertezza di una sentenza tanto «partecipata».
Alla fine esce anche Dante. Lo issano sulle spalle, gli passano il megafono, ringrazia tutti. Il primo pensiero, con la voce calma di chi odia la retorica, è per i morti di Viareggio. La «sicurezza» non è una parola da declinare con le manette (succede in italiano, mentre in inglese, per esempio, si distingue tra safety e security; qui si parla della prima). Ma questa è una giornata di «vittoria», anche per questo giornale, che ha dato il suo piccolo contributo. C’è da far sapere che non è detto si debba perdere sempre davanti a un «padrone» che non accetta contraddittorio. Poi, da domani, si ricomincerà a lavorare. Perché questi sono ferrovieri e sanno che ogni giorni si riparte.

4 MORTI AL GIORNO SUL LAVORO: ANCHE LORO SONO NOSTRI EROI!

4 MORTI

Per la liberazione dei Cinque, contro il silenzio dei mezzi di comunicazione

cuba

 Sabato 10 ottobre

corteo da Piazza Cavour alle ore 15
al termine concerto dal vivo di musica cubana
in Piazza L. da Vinci (Politecnico)

Cinque cubani, dal 12 settembre 1998, sono detenuti negli Stati Uniti con condanne che vanno da 15 anni fino a un doppio ergastolo perché, a protezione del loro popolo, controllavano l’attività di gruppi paramilitari anticubani che dal territorio degli Stati Uniti pianificavano attentati terroristici contro Cuba.

Come è stato riconosciuto anche da alte autorità militari statunitensi, che hanno testimoniato durante il processo, i Cinque cubani non hanno mai commesso atti di violenza, né sono mai entrati in possesso di documenti segreti che avrebbero potuto mettere in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti, né hanno tentato di farlo.

Il processo tenuto a Miami è stato ritenuto illegale dal Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie dell’ONU per come è stato condotto. Dieci Premi Nobel, Parlamenti esteri, singoli parlamentari di tutto il mondo, istituzioni internazionali, organizzazioni dei Diritti Umani, associazioni di giuristi e diverse migliaia di personalità hanno chiesto invano, prima alla Corte di Appello di Atlanta e poi al Tribunale Supremo degli Stati Uniti, la revisione di questo processo.

Il Governo statunitense ha fatto di tutto perché questo caso passasse sotto silenzio. Infatti la revisione del processo, in una sede diversa da Miami, avrebbe potuto portare alla scoperta di connivenze, protezioni e sostegno ad azioni di terrorismo contro Cuba da parte dei vari Governi degli Stati Uniti.

In Italia i grandi mezzi di comunicazione – su questo caso come per altre situazioni avvenute nel mondo – hanno mantenuto un silenzio tombale, che dimostra il controllo a cui sono sottoposti, la loro mancanza di etica professionale e l’ipocrisia del cosiddetto mondo occidentale sulla tanto declamata “libertà di informazione”. Ricordiamo che una delle 3.478 vittime di tali azioni di terrorismo contro Cuba è il cittadino italiano Fabio Di Celmo. Nessun grande quotidiano, nessuna importante rete televisiva ha mai speso una sola parola per chiedere giustizia per questo nostro concittadino. Il noto terrorista Luis Posada Carriles, che vive e gode di ampie protezioni negli Stati Uniti, non è mai stato perseguito per questo crimine dalla giustizia statunitense, pur avendo rivendicato pubblicamente la propria responsabilità.

Siamo contro tutti i terrorismi, in tutte le loro forme o manifestazioni, diretti contro chiunque, in ogni parte del mondo e per qualsiasi ragione. La lotta contro il terrorismo la si conduce anche attraverso una corretta informazione.

Invitiamo i cittadini italiani – che nonostante tutto quello che accade nel mondo e nel nostro paese continuano ad avere e a credere nei valori morali – ad aderire al nostro appello e a partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà a Milano il 10 ottobre 2009 per lanciare un segnale di solidarietà ai Cinque, chiedere che i mezzi di informazione facciano finalmente conoscere il loro caso e arrivare alla loro liberazione.

Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba

metalmeccanici

Lo scudo della vergogna passa grazie a Pd e Udc

scudofiscalefin

il manifesto

Contro lo scudo fiscale, lo scudo della vergogna, il Pd fa ostruzionismo per 4 ore e 32 minuti ma manca clamorosamente, nel pomeriggio, il colpo del ko. Al voto sulla pregiudiziale di costituzionalità al decreto anti-crisi che contiene lo scudo fiscale, l’opposizione si presenta a ranghi troppo sguarniti. 59 i deputati assenti del Pd (il 27.3%, più di un eletto su quattro), 8 dell’Udc (21,6%), 2 dell’Idv (7,7%). Così la pregiudiziale viene agevolmente respinta dalla maggioranza: 267 no, solo 215 i sì, 3 gli astenuti. Claudio Fava (Sinistra e libertà) è durissimo: «L’attuale opposizione parlamentare ha di fatto regalato lo scudo fiscale al governo Berlusconi». Sulla carta Pd, Idv e Udc hanno 280 deputati. Non c’erano.
Assenze pesanti di numero e di nome. Dei «big» hanno sostenuto il sì all’incostituzionalità dello scudo solo Pier Casini(Udc), Antonio Di Pietro (Idv) e Piero Fassino (Pd). Assenti entrambi i candidati democratici alla segreteria eletti alla camera (Marino è senatore), che per tutto il giorno hanno battibeccato tra loro sul congresso (vedi pagina a fianco). Pierluigi Bersani festeggiava il suo compleanno. Mentre Dario Franceschini era a Caorso per un’iniziativa contro il nucleare. In aula non c’era ma non ha mancato di tuonare a distanza contro lo scudo fiscale: «E’ un condono, uno schiaffo a tutti gli italiani onesti che pagano le tasse e che vedono chi ha truffato la legge venire premiato senza conseguenze penali. È una vergogna».
Ma non sono i soli a non aver votato contro lo scudo. Non c’erano D’Alema e Fioroni. Assenti tanto l’ex operaio Thyssen Boccuzzi quanto l’ex Confindustria Calearo o l’ambientalista Realacci. Spariti gli ex ministri Damiano, D’Antoni, Pollastrini, Turco, Bindi. Assenze «fisiologiche», commentano al gruppo del Pd, rimarcando invece il valore dell’ostruzionismo.
Quattro ore dopo il governo, dopo un po’ di buriana sugli emendamenti, mette la questione di fiducia. Per Berlusconi è la 25sima in 17 mesi. Il decreto diventerà legge e la palla passerà al Quirinale.
Sulla scrivania di Napolitano arriva un provvedimento che ha dell’incredibile. In nessun paese del mondo la sanzione per il rientro dei capitali all’estero è solo del 5%. Negli Usa, per dire, la tassa è del 49%, a Londra il 44%, in Francia addirittura del 100%. In nessun paese del mondo lo stato garantisce l’anonimato agli evasori, persone o società. In nessun paese del mondo c’è il condono tombale per falso in bilancio, false fatture etc. Le maglie sono state perfino allargate. Si può portare a casa di tutto: soldi e quote societarie ma anche yacht, quadri, gioielli e ville nascosti nei paradisi fiscali.
Le banche italiane insomma incasseranno tanto, prenderanno la loro percentuale e saranno mute come banche svizzere, non segnaleranno nulla a nessuno, se non in caso di terrorismo. E’ un affare che vale, secondo l’Associazione italiana dei private bankers citata dall’agenzia delle entrate, quasi 300 miliardi di euro. A tanto ammonterebbero i risparmi degli italiani all’estero (vedi box in alto).
Non manca la beffa: «E’ l’ultima opportunità per mettersi in regola», assicurano dalla guardia di finanza. Eppure Tremonti ci prova per la terza volta. Con gli scudi fiscali del 2001 e del 2003 sono emersi 73,1 miliardi. E lo stato ha incassato solo 2,1 miliardi di euro.
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è cauto sul gettito del suo scudo 3.0. Ma si difende: «Non credo che la criminalità si servirà di questo strumento». Obiettivo dichiarato del condono stavolta sono le imprese del Nord. Non a caso la Lega è entusiasta.
Domani Tremonti sarà a Goteborg per l’Ecofin, la riunione dei ministri europei dell’Economia. Fino a qualche tempo fa era candidato a «Mr. Euro» dopo il lussemburghese Juncker. Ma i tempi cambiano. Francia e Germania premono sui paradisi fiscali (contro Regno unito e Benelux). Il condono tombale sui soldi sporchi non è il miglior biglietto da visita per una nomina così qualificata. Non a caso, è Mario Draghi il nome che conta nella finanza internazionale. Anche il governatore di Bankitalia sarà a Goteborg. Non è escluso che possa tornare a esternare i suoi dubbi, come già fece a luglio, sulle norme del governo.